Palazzo comunale - Appartamento del Legato

piazza Maggiore, 6

Ho passato otto giorni a Bologna, città fatta per un papa, e che almeno in fatto di stampa gode di una estrema libertà. Nella società, quando il Legato sortiva si mormorava: "il governo di questi maledetti preti".
(Stendhal)

Intorno al 1450, nel palazzo comunale da poco ampliato ad opera dell'architetto Fieravante Fioravanti, fu preparato un appartamento per accogliere il Cardinal Bessarione, del quale rimane lo stemma in alcuni frammenti pittorici sul soffitto ligneo. All'epoca di Giulio II risale la porta di accesso all'appartamento con ante in legno intagliate e il portale in macigno decorato.

Gli interni furono radicalmente rinnovati sotto i pontificati di Urbano VIII e Alessandro VII Chigi, con una amplificazione reale o illusoria degli spazi. Nel 1630 fu dedicata al primo, per volere del Legato Spada, la sala Urbana, con una quadratura di Angelo Michele Colonna, Girolamo Curti e Agostino Mitelli sul soffitto e gli stemmi araldici dei legati bolognesi sulle pareti. Al XVII secolo risale anche la grande sala antistante all'appartamento voluta dal Legato Girolamo Farnese.

In epoca napoleonica furono effettuate trasformazioni radicali. Nel marzo 1797 le sale dell'appartamento invernale del Legato furono destinate a sede del Direttorio esecutivo della Repubblica Cispadana. Giovanni Battista Martinetti e Giovanni Bassani furono incaricati dei lavori, miranti tra l'altro a distruggere "le infelici reliquie e vestigi dell'antico regime".

Venne ridefinito l'ampio disimpegno tra gli appartamenti domestici, chiamato Galleria Vidoniana. Lungo le pareti furono ricavate nicchie, all'interno delle quali furono collocate statue in stucco: quelle della Vittoria, di Minerva e di Giunone sono opera di Giacomo Rossi, quelle della Vigilanza e del Genio di Giacomo De Maria, al quale si devono anche altre decorazioni della sala.

Nelle stanze residenziali venne sviluppato un ricco e omogeneo programma decorativo, con un vasto repertorio di simboli repubblicani, in parte manomessi negli anni della Restaurazione. Mauro Gandolfi fece un affresco con la Glorificazione della Repubblica Cispadana, Antonio Basoli dipinse una "tenda francese e cisalpina", Pelagio Palagi decorò la Camera della Vittoria. La stanza in fondo divenne, per mano di Vincenzo Martinelli, una "boschereccia".

Tra il 1816 e il 1817, durante la sua permanenza a Bologna, Stendhal si recò più volte nel Palazzo pubblico a conversare con il cardinale Alessandro Lante, da lui definito "il viceré onnipotente" della città e considerato "uomo colto, acuto, che vuole restare in una bella città e non lasciarvi la sua pelle". Del "gran signore" descrisse con precisione l'appartamento: la camera da letto, la camera del trono, il gabinetto, le grandi sale affacciate sulla Piazza del Nettuno, corredate dei mobili necessari "per grandi funzioni, ricevimenti, conversazioni".

Nel 1936 i restauri di Guido Zucchini portarono nella Galleria Vidoniana, non più usata come ufficio della Prefettura, diciotto tele di soggetto mitologico e allegorico, eseguite da Donato Creti e donate nel 1744 da Marcantonio Collina Sbaraglia al Senato bolognese. Sempre nel 1936, nell'antico appartamento del Legato, furono costituite le Collezioni comunali d'Arte, comprendenti una significativa selezione di dipinti di Pelagio Palagi, donati nel 1860 al Comune di Bologna.

Approfondimenti
  • Alessandro Cervellati, Bologna aneddotica, Bologna, Tamari, 1970, p. 190
  • Carlo Colitta, Il Palazzo comunale detto d'Accursio con le Collezioni comunali d'arte, Bologna, Officina grafica bolognese, 1980, p. 153
  • Collezioni comunali d'arte. L'Appartamento del Legato in Palazzo D'Accursio, Bologna, Comune, 1989, pp. 7-9